Revolut nei guai: una Pec hackerata svela i dati di 680 clienti

Martino Roberto Martino Roberto · Consulente Cybersecurity · 17/09/2026 8:21

Una casella PEC della Prefettura di Reggio Calabria, finita in mano a criminali che si sono spacciati per la Polizia Postale, ha convinto Revolut a consegnare dati di centinaia di clienti.

Illustrazione: Revolut nei guai: una Pec hackerata svela i dati di 680 clienti

Una mail vera, usata da chi non doveva

Perché un'azienda che maneggia miliardi dovrebbe fidarsi di una mail? Perché quella mail arriva da un indirizzo istituzionale reale, con dominio verificato e tutto. È quello che è successo a Revolut: una casella PEC riconducibile alla Prefettura di Reggio Calabria è finita nelle mani di criminali, che l'hanno usata per chiedere dati su centinaia di clienti fingendosi Polizia Postale. Revolut ha risposto come farebbe con qualunque richiesta di un'autorità italiana: ha mandato i dati.

Cinque mesi di richieste, nessun allarme

Non è stato un colpo isolato. Le richieste sarebbero partite circa cinque mesi fa e sono continuate una dopo l'altra, senza che nessuno se ne accorgesse. Per aggirare i controlli interni, chi gestiva la casella compromessa avrebbe indirizzato le domande a Revolut Bank UAB, la controllata lituana del gruppo, sfruttando l'Ordine Europeo di Indagine: uno strumento di cooperazione giudiziaria reale, che rende una richiesta arrivata dall'Italia verso una banca lituana tutt'altro che sospetta. Il risultato: circa 680 clienti coinvolti, alcuni di profilo alto, tra cui l'ex amministratore delegato di Mt.Gox Mark Karpelès e il tennista Alexander Shevchenko. Tra i dati usciti: documenti d'identità, selfie di verifica, indirizzi, IBAN, estratti conto e persino operazioni in Bitcoin.

Il vero bersaglio non era Revolut

Revolut si difende dicendo che i propri sistemi non sono stati violati e che i fondi dei clienti non sono a rischio. È vero, ed è proprio il punto: nessuno ha bucato niente. Il sistema ha fatto esattamente quello per cui è stato costruito, rispondere a una richiesta apparentemente legittima di un'autorità. Il problema sta a monte, nella fiducia automatica che banche, assicurazioni e operatori telefonici concedono a chiunque scriva da un dominio governativo. Colpire chi chiede i dati, invece di chi li custodisce, è più facile e molto più redditizio.

Un problema più grande di una singola banca

Sulla vicenda indaga la Polizia Postale, e il Garante Privacy ha aperto verifiche sulle procedure usate dalle banche italiane per riscontrare le richieste. Nel frattempo CERT-AGID segnala che dall'inizio del 2026 ha già gestito oltre 650 casi di caselle PEC abusate o create per scopi illeciti: Reggio Calabria non è un caso isolato, è un sintomo. Resta da capire quanti altri account istituzionali siano stati usati allo stesso modo, e per quanto tempo, prima che qualcuno se ne accorgesse.

💬 Il mio commento

La parte che mi colpisce di più in questa storia non è la Pec compromessa, è quanto tempo ci è voluto prima che qualcuno si accorgesse che qualcosa non tornava: cinque mesi, richieste ripetute, e a un certo punto pare che l'assistenza abbia perfino suggerito all'attaccante come correggere un documento sbagliato per renderlo "conforme". Quando aiuto un'azienda a mettere a punto le procedure per rispondere a richieste di dati da parte di autorità — capita più spesso di quanto si pensi, non solo alle banche — la prima domanda che faccio è sempre la stessa: chi verifica che chi scrive sia davvero chi dice di essere, e con quale metodo? Quasi sempre la risposta è "ci fidiamo del dominio istituzionale", che è esattamente la porta che qui è stata sfondata.

Il punto debole non era la cassaforte di Revolut, era il postino. E questo cambia l'approccio alla sicurezza: non basta blindare i propri sistemi, serve un canale di verifica indipendente per le richieste che arrivano dall'esterno, anche quando sembrano ufficiali al cento per cento. Una telefonata al numero pubblico dell'ente, non a quello scritto nella mail sospetta, costa due minuti e in un caso come questo avrebbe probabilmente fermato tutto alla prima richiesta.

Credo che episodi come questo diventeranno più frequenti, non meno: attaccare la fiducia istituzionale rende di più che bucare un server e richiede molta meno tecnica. Man mano che aziende e pubbliche amministrazioni alzano le difese sui propri sistemi, chi vuole dati sposterà l'attenzione su chi ha il potere di chiederli legittimamente — enti pubblici, tribunali, forze dell'ordine — perché è lì che i controlli restano più deboli.

Fonte: Cyber Security 360

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